Rivista n. 56

Il concetto di sicurezza spirituale e i diritti delle minoranze religiose – Patricia Duval – n. 56 anno 2018

Scritto da aidlr

Malgrado l’assoluta legittimità da parte delle religioni di assicurare l’ortodossia delle credenze e delle pratiche dei loro fedeli, l’intervento degli Stati in questa materia è illegittimo secondo i parametri internazionali sui diritti umani e secondo il principio di neutralità dello Stato stesso in ambito religioso, sulla base del Patto internazionale sui diritti civili e politici, la convenzione europea sui diritti umani e altri strumenti internazionali analoghi.

Tuttavia, gli Stati e i regimi totalitari hanno cercato di tanto in tanto, nel corso dei secoli, di sopprimere la libertà di religione o di credo quando ritenevano che mettesse a repentaglio il controllo della popolazione o che minacciasse il loro potere  politico. A tal fine, giustificavano il loro agire con la necessità di proteggere la «salute spirituale» dei cittadini, mentre le chiese predominanti che intendevano consolidare il loro potere politico, parlavano di «sicurezza spirituale» dei loro fedeli.

È interessante notare che le minoranze religiose considerate una minaccia alla sicurezza spirituale, alla salute e al benessere dei cittadini, continuano a essere sistematicamente etichettate come «sette» e a essere represse.

Questo articolo si propone di rivisitare il perpetuarsi nell’era moderna di questo tipo di ideologia, analizzando i casi tipici della Germania nazista  negli anni Trenta e, più recentemente, quelli di Serbia e Russia.

La «salute spirituale» nella Germania nazista

In una direttiva firmata nel 1937 da Reinhard Heydrich, capo della sicurezza interna nella Germania nazista, veniva formulato il modello per la soppressione di certe società e culti religiosi e l’arresto e deportazione in campo di concentramento di tutte le persone a esse collegate (traduzione di Nuremberg Document D-59).

Nella presente battaglia per la sorte del popolo tedesco, è necessario conservare la salute non solo fisica ma anche spirituale della nostra gente, sia individualmente sia collettivamente. Il popolo tedesco non può più essere esposto a insegnamenti occultisti che diffondono l’idea falsa secondo cui le azioni e le missioni dell’essere umano sarebbero soggette a misteriose forze magiche.

Furono prese delle misure immediate, tra gli altri, contro i seguenti gruppi: astrologi, occultisti, spiritualisti, indovini, guaritori, seguaci di scienza cristiana, di antroposofia e di teosofia.

Basandosi sul medesimo concetto di salute spirituale della popolazione tedesca, la Gestapo diffuse nel 1933 un elenco di culti proibiti, che comprendevano tra gli altri: testimoni di Geova, avventisti del settimo giorno, pentecostali.

Anche se oggi non produce le stesse conseguenze mortali per i membri delle minoranze religiose, come ai tempi del nazismo, la battaglia contro le cosiddette «sette», in alcuni stati dell’Europa orientale, si è basata su analoghe preoccupazioni di sicurezza spirituale.

«Sterminio spirituale» in Serbia

In epoche più recenti, in Serbia, le minoranze religiose sono state etichettate come «sette» e accusate di implementare lo «sterminio spirituale» della popolazione serba.

La rappresentanza in Serbia della Federazione europea dei centri di ricerca a informazione sul cultismo (FECRIS), una rete di associazioni che si batte contro le «sette», ha approfondito tale concetto. Il suo rappresentante serbo, il colonnello Bratislav Petrović, un neuropsichiatra che ha guidato l’istituto di salute mentale e psicologia militare dell’esercito jugoslavo ai tempi del regime di Milosevic, si era specializzato nella selezione e preparazione psicologica dei soldati dell’esercito di Milosevic prima che fossero inviati sul fronte di guerra.

Nel 1993, mentre infuriava la pulizia etnica e religiosa ai danni dei croati cattolici e dei bosniaci musulmani, nella ex Jugoslavia, Petrović condannò le minoranze religiose serbe, accusandole di essere organizzazioni terroriste ed etichettandole efficacemente come «sette».

In seguito, insieme a Zoran Luković, un capitano di polizia del Ministero per gli affari interni serbo, Petrović accusò quelle minoranze di essere dei criminali, terroristi, trafficanti di droga e assassini.

Il capitano Zoran Luković pubblicò nel 2000 un libro intitolato Sette religiose e ortodossia, all’interno del quale dedicò un intero capitolo a ogni gruppo da lui definito «setta».

Tra i cosiddetti «culti pseudo-cristiani», egli annoverò avventisti, testimoni di Geova, mormoni, pentecostali, chiesa evangelica dei fratelli, chiesa ortodossa occidentale e altri.

Tra  quelli definiti «sincretisti», i rosacruciani, i massoni, il New Age, Scientology,  la chiesa dell’unificazione. Tra i «culti pseudo-hindu», i centri yoga, la meditazione trascendentale, gli Hare Krishna e Falun Gong. Luković terminava con le sette dell’occulto e della magia, inserendovi l’astrologia, la teosofia, l’antroposofia e per finire le sette sataniche.

Il libro ha ricevuto l’imprimatur sulla IV di copertina del vescovo Porfirije, della chiesa serba ortodossa, e del colonnello Petrović. Il vescovo Porfirije scrisse che «questo libro è ricco di dati autentici nello smascherare una a una quelle sette che stanno diffondendo terrore e violenza spirituali».

Il libro è stato diffusamente promosso dal colonnello Petrović, da Zoran Luković e da altri rappresentanti della chiesa serba ortodossa, all’interno della loro crociata per una Serbia ortodossa. I media di comunicazione generati come parte della loro battaglia anti-eresia avevano l’obiettivo di eliminare i credi e le filosofie di quei gruppi dalla Serbia.

Petrović non ebbe peli sulla lingua a tal riguardo. Il suo motto era «l’omicidio spirituale è più terribile di quello fisico», come ribadì nel suo discorso tenuto a Barcellona nel 2002, in occasione della conferenza annuale del FECRIS.

Il risultato di quella campagna fu il diffondersi in Serbia dell’odio contro le minoranze religiose, accompagnato da violenti incidenti che presero di mira i membri e i luoghi di culto.

L’Ong «Iniziativa giovanile per i diritti umani in Serbia», nel 2005 presentò un esposto contro Luković, nel quale si affermava che la creazione di «un’atmosfera di disprezzo e paura tra i cittadini e il sorgere di odio e intolleranza religiosa avevano determinato 300 episodi di violenza  su  base religiosa in quel paese, dal 2001 al 2005».

Il capitano Luković, che nella sua carica di ufficiale di alto rango del Ministero  degli affari interni sebo, aveva ribadito durante alcune conferenze che «le sole vere religioni sono comparse al tempo di Cristo», pare aver goduto di una certa protezione dal momento che il pubblico ministero di Belgrado ha archiviato ogni procedimento contro di lui.

«Sicurezza spirituale» in Russia

Nella Russia odierna, le minoranze religiose vengono represse per proteggere la «sicurezza spirituale» del popolo russo.

Nell’ottobre del 1990, durante l’era Gorbaciov fu adottata una legge sulla libertà di religione, una delle ultime e più significative riforme legislative liberali introdotte nel vecchio sistema sovietico. Per la prima volta nella storia russa, la pratica religiosa veniva dichiarata «diritto inalienabile dei cittadini russi». Tale diritto si applicava a tutti i residenti nel Paese, indipendentemente dalla loro cittadinanza. La legge manteneva una chiara separazione tra Chiesa e Stato, garantiva la neutralità di quest’ultimo e uguali diritti per tutte le confessioni, a prescindere dalla loro origine e dimensione.

Come conseguenza immediata della legge, la configurazione religiose russa iniziò a mutare significativamente, con il risveglio della chiesa ortodossa e di altre religioni tradizionali come la musulmana, la cattolica, l’ebraica e la buddista, con un richiamo di attività missionaria importata dall’estero, unitamente a un’azione di proselitismo avviata da parte di religioni nuove per il territorio russo. Questa evoluzione fece nascere un forte movimento anti-sette, con centro presso il patriarcato moscovita della chiesa ortodossa russa, molto attivo nell’avallare l’idea che  la «sicurezza spirituale» russa e i suoi valori tradizionali fossero in qualche modo a repentaglio.

Nel novembre del 1996, l’allora vescovo ortodosso Kirill, che tredici anni dopo sarebbe diventato patriarca di Mosca e di tutta la Russia, parlò pubblicamente del problema del proselitismo che la chiesa russa ortodossa era chiamata a fronteggiare. Fece notare che dall’entrata in vigore della legge che garantiva la libertà di coscienza, «orde di missionari si sono precipitate nel nostro Paese, convinte che l’ex Unione Sovietica fosse un vasto territorio da convertire».

Secondo Kirill, invece di aiutare la chiesa russa ortodossa nei suoi sforzi missionari, questi gruppi volti al proselitismo le agivano contro «come pugili dai muscoli pompati in un ring che scaricano i loro colpi contro l’avversario». Aggiunse anche che quei colpi andavano a colpire i «sentimenti religiosi della popolazione natia», tanto che per molti russi l’attributo «non ortodosso» identificava «quanti erano venuti a distruggere l’unità spirituale della popolazione e della fede ortodosse, colonizzatori spirituali che con mezzi suadenti o ingannevoli tentavano di strappare la gente alla loro chiesa».

Agli occhi dei leader religiosi della chiesa russa ortodossa, la Russia stava smarrendo la propria identità culturale di nazione ortodossa. In questo clima, il governo di Boris Yeltsin approvò una nuova legge sulla religione nel settembre del 1997, che faceva una differenziazione tra religioni tradizionali e non tradizionali. Essa comportava gravi restrizioni in merito alla registrazione delle organizzazioni religiose e quindi alle attività dei gruppi religiosi di origine straniera. A tutte le confessioni che si erano registrate sulla base della legge del ’90 fu imposta una nuova registrazione, che però a molte di esse venne rifiutata e quindi fecero ricorso contro questa decisione negativa presso le corti di appello nazionali e poi presso quella europea per i diritti umani. In particolare, si avvalsero di questo strumento l’Esercito della salvezza, i gesuiti, o testimoni di Geova e la chiesa di Scientology.

La legge del 1997, così come la posizione ideologica e politica da lì in poi adottate dalle autorità russe, erano tutte ispirate dal desiderio di assicurare la «sicurezza spirituale» della Russia, un nuovo concetto che affermava il presunto ruolo della chiesa ortodossa nella salvaguardia dei valori nazionali. Concetto così ribadito nel National Security Concept del 2000, per mano dell’amministrazione Putin: «La garanzia per la sicurezza della federazione nazionale russa comprende anche la protezione dell’eredità culturale, spirituale e morale, delle tradizioni storiche, dei modelli di vita pubblica di tutta la popolazione russa. Occorre una legge statale che garantisca il mantenimento del benessere spirituale e morale della popolazione, vieti l’utilizzo di programmi televisivi o radiofonici che incitino alla violenza o agli istinti primordiali e controbatta l’impatto negativo delle organizzazioni e dei missionari religiosi stranieri».

La sicurezza spirituale, dunque, è la base per una campagna fondata sulla paranoia dei nemici e delle idee «straniere», e per l’adozione di misure ingiustificabilmente restrittive della libertà religiosa o di credo dei cittadini russi che hanno deciso di seguire un percorso spirituale diverso.

I membri del FECRIS in Russia svolgono un ruolo di primo piano in questa campagna e politica repressiva.

La Federazione dei centri di ricerca e informazione sulle sette (FECRIS)

La responsabilità delle crescenti tensioni religiose culminate poi nell’adozione della legge del 1997 sono per larga parte attribuibili al movimento russo anti-sette, in particolare al suo leader Aleksandr Dvorkin. A lui si deve infatti la popolarità del neologismo «culti totalitari», usato contro pacifiche minoranze religiose.

Aleksandr Dvorkin è il vice presidente del FECRIS e presidente dell’associazione Saint Irenaeus of Lyons Centre for Religious Studies, fondata nel 1993 con la benedizione del patriarca di Mosca e di tutta la Russia Alexey II.

Dvorkin, negli ultimi venti anni, si è espresso con un linguaggio pieno di rancore e denigrazione contro le cosiddette «sette», alimentando sospetto e pregiudizio che poi generano una repressione fatta di messa al bando e arresti, per non parlare dell’incitamento all’odio che genera violenze fisiche, minacce, atti di vandalismo e aggressioni simili.

Un linguaggio colmo di odio

Dvorkin diffonde delle fake news, secondo cui le minoranze religiose sarebbero in realtà agenti segreti di paesi stranieri nemici della Russia. Per esempio:

«I mormoni sono una società d’affari che opera sotto le spoglie di organizzazione religiosa. Ne è ulteriore prova il fatto che conosciamo diversi casi di mormoni americani avvistati sul territorio nei pressi di aree militari segrete. Da molti anni, gli esperti parlano di stretta correlazione tra questa organizzazione e la CIA».

A proposito dei pentecostali:

«Possiamo anche richiamare alla mente l’aspetto politico dell’attività di questa setta. Uno dei più famosi predicatori neo-pentecostali in epoca post-sovietica – Alexei Ledyaev – parla apertamente della necessità di creare un nuovo ordine mondiale nel quale i neo-pentecostali governeranno con alla testa il presidente degli Stati Uniti».

A proposito dei praticanti spirituali appartenenti al Falun Gong, perseguitati in Cina, Dvorkin dichiarava:

«Falun Gong è una setta fortemente totalitaria, i cui membri vengono usati dal loro leader per vendicarsi del governo cinese. Lo stesso Falun Gong è a sua volta strumentalizzato dai servizi segreti americani per i loro scopi politici all’estero».

Nel maggio 2008, invitato a tenere una conferenza a Pechino per sostenere la repressione dei membri di Falun Gong, Dvorkin affermava:

«Trasformano gli individui in strumenti della setta e distruggono le loro famiglie. Le sette danneggiano le persone, le famiglie, la società e le nazioni come fanno le cellule cancerogene in un organismo sano. Le sette non offrono alcun contributo alla società, ma continuano ad assorbire da essa risorse umane ed economiche. Come cellule cancerogene, si alimentano dal corpo sano della società, fino a farla crollare».

Queste dichiarazione risalgono a un’epoca in cui la comunità internazionale e numerose organizzazioni umanitarie avevano presentato rapporti che denunciavano persecuzioni e atrocità commesse ai danni di Falun Gong da parte delle autorità cinesi, compreso l’uso della deportazione e della tortura. Eppure, Dvorkin ha pubblicamente appoggiato la repressione cinese di quel movimento e paragonato i suoi membri a «cellule cancerogene», auspicandone implicitamente l’eliminazione.

Questo linguaggio intriso di disprezzo, diffusamente amplificato dai  media, ha innescato ostilità contro le minoranze religiose in Russia e indotto, o per lo meno consentito al governo l’adozione dell’attuale politica repressiva. Questa campagna piena di odio ha scatenato violenze fisiche contro gli individui, ma anche offese verbali, minacce o aggressioni; e ancora assalti alle proprietà, vandalismi e devastazioni in luoghi di culto, beni immobili e abitazioni di membri dei gruppi religiosi.

Un’altra applicazione del concetto di «sicurezza spirituale» in Russia è l’invio di membri delle minoranze religiose ai così chiamati «centri riabilitativi».

Riabilitare i seguaci delle religioni non tradizionali

Il Centro San Ireneo dei Lyons per gli studi religiosi, branca del FECRIS russo, è la principale organizzazione all’interno dell’Associazione russa di centri per gli studi sulle religioni e i culti. Anche in questo caso, il presidente è Alexander Dvorkin. Quest’associazione opera in collaborazione con una rete di cosiddette «iniziative dei genitori», che si occupa di consigliare quelle famiglie in disaccordo con la scelta di uno dei propri parenti di aderire a una religione non tradizionale e di accordarsi per inviarli a un centro di riabilitazione, dove potranno essere «illuminati» in merito ai rischi che correrebbero in quelle sette, a partire dalla manipolazione mentale. La persona in causa viene poi convinta ad accettare la religione ortodossa perché, secondo questi centri, se una persona crede davvero in Cristo sarà protetta dalle varie sette.

Il Centro San Ireneo dei Lyons per gli studi religiosi, sul suo sito web, spiega come comportarsi con le persone «catturate dalle sette»: «Il processo di uscita mediante influsso esterno prevede la  presenza di  uno  psicologo, dei parenti  e di uno specialista in sette, per suscitare nella «vittima» un pensiero critico contro la setta di cui è entrata a fare parte e a liberarsene in termini di dipendenza emotiva. È prevista inoltre una connessione tra la «vittima» e un catechista ortodosso, preferibilmente un sacerdote che le offrirà le vere alternative religiose e ideologiche».

Quest’approccio richiama la tanto criticata «deprogrammazione», all’interno della quale i seguaci di minoranze religiose subivano una pressione psicologica per ritrattare dalla loro fede. Questa pratica è stata dichiarata fuorilegge negli Stati Uniti e in diverse nazioni dell’Unione Europea.

Essa viola i diritti di libertà religiosa e di culto della persona, secondo l’articolo 18.2 del Patto internazionale sui diritti politici e civili: «Nessuno sarà soggetto a coercizione che potrebbe compromettere la sua libertà di aderire o adottare una religione o un credo per scelta propria». Questo diritto è inoltre protetto dalla Convenzione europea sui diritti umani.

La legge internazionale sui diritti umani

Il concetto stesso di «sicurezza spirituale» di Stato viola la legge internazionale   sui diritti umani e i parametri nei confronti dei quali si sono impegnati le nazioni. La sicurezza di Stato non può essere fonte di una limitazione della libertà di religione o di credo e delle sue manifestazioni, a meno che non sia qualificata come segue: l’articolo 9.2 della Convenzione europea sui diritti umani fornisce limitazioni molto specifiche che possono legittimare una restrizione del diritto di libertà religiosa o di credo. Tali limitazioni devono essere prescritte per legge e necessità in una società democratica negli interessi della sicurezza comune, per la protezione dell’ordine pubblico, o dei diritti e delle libertà di altri.

Analogamente, l’articolo 18.3 del Patto internazionale sui diritti politici e civili stabilisce che «la libertà di manifestare la propria religione o credenze può essere soggetta solo alle limitazioni prescritte per legge e che si rendono necessarie per proteggere la sicurezza, l’ordine, la salute e la morale pubblica, oppure i diritti fondamentali e le libertà altrui».

«Sicurezza pubblica» non ha niente a che vedere con «sicurezza spirituale» e regolamentazione delle credenze spirituali.

Il Comitato dell’ONU sui diritti umani ha spiegato nel suo commento generale n° 22 a proposito del diritto di libertà di pensiero, coscienza e religione:

«L’articolo 18 protegge le credenze teistiche, non teistiche e atee, così come il diritto di non professare alcuna religione o credo. I termini “credo” e “religione” devono essere interpretati in senso lato. L’articolo 18 non si limita nella sua applicazione alle religioni e ai credi tradizionali con caratteristiche istituzionali o pratiche analoghe a quelle delle religioni tradizionali. Il Comitato osserva quindi con preoccupazione qualsiasi tendenza a discriminare ogni religione o credo per una qualsivoglia ragione, ivi compreso il fatto che si tratti di nuovi culti o che rappresentino minoranze religiose che possono essere soggette a ostilità da parte di una società nella quale vige una religione predominante».

A tal proposito, i successivi speciali relatori dell’ONU su libertà religiosa  e  di credo hanno affermato che l’uso di un’etichetta dispregiativa come quella di «setta» per giustificare la repressione di minoranze religiose non è da considerare ammissibile.

Gli Stati hanno un dovere di neutralità in materia religiosa rispetto alla legge internazionale sui diritti umani. Non possono stabilire la legittimità delle credenze e nemmeno schierarsi dalla parte di una religione predominante a discapito delle  altre, un dovere costantemente ribadito dalla Corte europea sui diritti umani e dalle istituzioni sui diritti umani dell’ONU.

PATRICIA DUVAL – Avvocato per i diritti umani, Parigi

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