Rivista n. 56

Nazionalismo e religione in Brasile – Dayana De Santis – n. 56 anno 2018

Scritto da aidlr

Il 28 ottobre 2018 in Brasile gli elettori sono stati chiamati alle urne per il ballottaggio delle presidenziali. A competere per la presidenza del Palácio do Planalto erano il candidato del Partito Social Liberale (Psl), Jair Bolsonaro, che ha vinto con il 55 per cento delle preferenze, e il candidato del Partito dei Lavoratori (Pt), Fernando Haddad, che è stato sconfitto con il 45 per cento.

Si tratta di uno scontro diretto tra destra e sinistra, guidato da forti emozioni e risentimento da parte dell’elettorato.

In retrospettiva…

La situazione economica del Brasile degli ultimi anni è alquanto ciclica,  vede  picchi alti e bassi sempre più frequenti, tali da esasperare l’elettorato.

Nei primi anni ’90 l’inflazione saliva del 2.000 per cento e solo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) è stato in grado di risanare il deficit e il debito pubblico. Luis Ignacio Lula da Silva diventa presidente del Brasile (2002-2011) e sotto il suo governo il Paese riesce a crescere a livelli imprevedibili, diventando il secondo Paese al mondo per esportazione di generi alimentari.

Solo per citare alcuni numeri, la crescita del Pil è stata in media del 4,05 per cento, sono stati creati 21 milioni di posti di lavoro, sono aumentati gli investimenti, è migliorata la bilancia commerciale e i debiti con il Fmi erano stati eliminati.

All’epoca, Lula era il capo di Stato più amato al mondo. Aveva promesso agli elettori di costruire un Paese più giusto, in cui finalmente le ricchezze sarebbero state impiegate per il bene comune del popolo, e non solamente di una élite, ed era riuscito a mantenere la promessa. Aveva realizzato fin da subito politiche sociali e questo lo rendeva ancora più amato.

Gli successe il governo di Dilma Rousseff (2011-2016), ex ministra per le miniere e l’energia nel governo Lula, che avrebbe dovuto seguire la sua stessa linea politica. Le cose non sono andate esattamente così.

L’economia brasiliana ha iniziato a perdere colpi. Gli sprechi legati ai mondiali di calcio del 2014, così come quelli delle Olimpiadi del 2016, hanno contribuito a esacerbare l’opinione pubblica e questa situazione è giunta al suo apice con gli scandali di corruzione Lava Jato attorno al partito Pt.  Rousseff  viene messa in stato di accusa dal Parlamento per aver manipolato il bilancio dello Stato. Lula si consegna alla polizia per scontare la sua condanna a 12 anni per corruzione e riciclaggio.

Il Pt aveva improvvisamente perso tutto il suo successo. Una volta passata l’euforia degli anni 2000, le persone si rendevano conto dei deficit strutturali del Paese e gli scandali sulla corruzione non erano che la prova schiacciante di ciò che si stava percependo nell’aria.

Lula ha avuto tanto successo perché è stato il primo presidente del Brasile in grado di incarnare una speranza per gli strati più poveri della società. Per la prima volta un operaio non si accontentava più di votare per un leader, ma voleva essere lui stesso il leader.

Questo è particolarmente importante in un Paese che non ha mai visto una rivoluzione borghese o sociale.

A differenza degli altri Paesi latinoamericani, l’indipendenza è avvenuta tramite la successione dinastica e lo sviluppo dei diritti civili e politici è avvenuto solo dopo la dittatura militare negli anni ’80 del Novecento, con la nascita e l’ascensa del Pt. Dopo oltre 500 anni di oligarchia, le aspettative nei confronti di Lula e del Pt erano troppo grandi: troppa euforia per la sua ascesa e troppa delusione poi per il suo fallimento. E sono proprio questi forti sentimenti di delusione a condurre Bolsonaro al successo.

L’attualità di un pensiero forte

A fare da protagonista nell’ascesa politica di Bolsonaro sono sentimenti di rabbia e di rivincita, come anche di pretesa di sicurezza e ordine. Egli riesce perfettamente a catalizzare a proprio vantaggio questi sentimenti presentandosi come la sola speranza per il Paese.

Jair Bolsonaro è stato un deputato federale dello Stato di Rio de Janeiro dagli anni ‘90. Ha cambiato otto partiti politici nel giro di due decenni, per poi candidarsi con un partito di estrema destra. Viene considerato conservatore, nazionalista, omofobo, misogino, patito di armi, anti-establishment e intollerante verso le minoranze.

Tra le sue dichiarazioni più forti troviamo la considerazione di Adolf Hitler come «grande stratega», delle Nazioni Unite come «covo di vipere e nemiche di Israele» da cui uscirebbe, o ancora ha dichiarato: «non potrei mai amare un figlio omosessuale»; «l’errore della dittatura nel nostro Paese fu di non uccidere abbastanza»; «tutta la feccia del mondo viene da noi e ora ci si mettono anche i siriani», «il poliziotto che non ammazza non è un poliziotto». Promette ordine e «pulizia» ed è a favore della pena di morte e della tortura (1).

I brasiliani, sempre stati un popolo multietnico e tollerante, si stanno trasformando in un popolo chiuso e insofferente. Si testimonia questa stessa chiusura in più parti del mondo in questo stesso periodo.

Sostenere che questo fenomeno globale sia il presagio di un conflitto politico è tanto azzardato quanto approssimativo. Ma non mancherebbe di avvalorare molte argomentazioni degli studiosi della scuola realista delle  relazioni  internazionali (2). Essi sostengono che la guerra sia un elemento ricorrente e ripetitivo nella storia. Lo stesso Hobbes affermava che lo stato di natura dell’uomo prevede l’avidità e la sete di potere e che, se non subentrasse la ragione, gli uomini sarebbero perennemente in guerra tra di loro.

Essi sostengono altresì che la guerra sia ciclica: la generazione che la vive conosce gli orrori della guerra e si batte per evitarla, la generazione successiva non saprà a cosa sta andando incontro.

Pur assumendo che l’uomo sia per natura egoista, nel quadro politico attuale ci sono due elementi nuovi e non marginali a esasperare la situazione: i nuovi mezzi di comunicazioni e la sempre più scarsa capacità del mondo di autosostenersi.

Il populismo al tempo dei social media

La politica, sin dagli albori nell’antica Grecia, si è distinta come l’arte della retorica e della persuasione dell’uditorio. Nonostante i mezzi di comunicazione siano enormemente cambiati nei secoli, questa caratteristica di base permane, anzi: è appropriato aggiungere che i mezzi di comunicazione di massa, nati con la modernità, hanno ancor più consacrato la politica come fenomeno intrinsecamente comunicativo e persuasivo, ai limiti, com’è noto, della manipolazione.

La radio e soprattutto la televisione hanno infatti stravolto il sistema rendendolo ancora più persuasivo, grazie all’efficacissimo connubio di immagini e suoni.

I social network sono un mezzo ancora più persuasivo, perché permette agli utenti di interagire con altri utenti o con i leader stessi, sentendosi più vicini e partecipi alla vita politica. Al contempo tali tecniche hanno anche reso possibile una colossale disintermediazione, rendendo praticamente obsoleta ogni forma di comunicazione politica tradizionale e verticale, a tutto vantaggio della riproposizione su scala planetaria di forme premoderne, ma efficacissime, di agorà telematica. Poter dare, infatti, la propria opinione davanti a un vasto pubblico e riceverne dei feed back in tempo reale, ha costituito una svolta dagli esiti promettenti, ma anche potenzialmente pericolosi.

L’elettorato è così coinvolto da non controllare le proprie emozioni.

Secondo Lippman (3), i mass media e la propaganda rappresentavano gli strumenti utilizzati dall’élite per dominare il grande pubblico, senza ricorrere alla coercizione fisica. La «costruzione del consenso» da parte dell’élite è necessaria per decidere su importanti questioni per il bene comune, che altrimenti il grande pubblico non sarebbe in grado di fare.

Nella campagna elettorale di Bolsonaro, ad esempio, i social networks hanno avuto un ruolo chiave. Il Paese è il terzo al mondo per profili Facebook e la campagna elettorale si è svolta praticamente su WhatsApp, con migliaia di messaggi inoltrati ai 120 milioni di utenti presenti nel Paese, tra propaganda e fake news.

Spesso egli negava di rilasciare dichiarazioni o interviste agli organi di comunicazione tradizionale per poi farlo sui social o su RecordTV, seconda catena televisiva del Paese di proprietà di Edir Macedo. Egli è uno dei più celebri pastori evangelici del Brasile e fondatore della «Chiesa Universale del Regno di Dio».

Non vengono rispettati i tempi della campagna elettorale, tutti si sentono autorizzati a pubblicare notizie e a dare il loro parere, spesso alimentando l’odio nell’elettorato. Non si riesce a capire più quali siano le notizie vere da quelle false.

Da un lato abbiamo, quindi, nuovi mezzi di comunicazione persuasivi. Dall’altro, un mondo che non riesce più ad autosostenersi.

Il benessere è cresciuto a dismisura e parallelamente sono cresciute le diseguaglianze sociali. Il Brasile è il secondo Paese al mondo per  disuguaglianza. Il 5 per cento della popolazione guadagna circa il 95 per cento delle ricchezze del Paese. Ciò significa che sei brasiliani possiedono circa ciò che possiede tutta la metà più povera del Paese. È evidente che, per le risorse disponibili, solo una piccola parte della popolazione potrà vivere con degli standard di benessere elevati  e l’altra dovrà essere sacrificata. Questa percezione e consapevolezza aumenta i sentimenti di odio e di egoismo presenti nella scelta elettorale.

L’elettorato che ha portato Bolsonaro a presiedere il Paese è lo stesso che aveva sostenuto Lula. Non hanno votato per una ideologia, tant’è che le due ideologie sono diametralmente opposte, bensì per una rivincita sociale, perché sperano in qualcuno che finalmente dia voce al popolo.

Nel 2002 i brasiliani volevano uscire dalla crisi economica, essere indipendenti dal Fmi e avere un governo che facesse i loro interessi. Nel 2018 vogliono uscire dalla nuova crisi economica, intesa spesso come diretta conseguenza della corruzione, e vogliono ancora qualcuno che li tuteli. Sono arrabbiati e delusi dal governo precedente e hanno paura. Hanno votato quindi in maniera emotiva e Bolsonaro è riuscito a incanalare e veicolare quei sentimenti perfettamente.

Anche secondo Forbes (4), le elezioni politiche sono pura energia emotiva e solo raramente riguardano scelte razionali.

Il ruolo della religione

Ciò che è curioso, e che è oggetto d’interesse per questa rivista, è il ruolo della religione in questo turbolento quadro politico, che non è affatto marginale.

Su Intelligencer (5) si legge che i «valori cristiani» sono considerati essere vicini all’ideologia di destra. Si legge che la vittoria di Bolsonaro in Brasile significherebbe una vittoria per la destra cristiana globale. Si fa riferimento in particolare a tematiche quali i diritti degli omosessuali, le leggi  sull’aborto e la difesa della famiglia tradizionale. Lo stesso fenomeno e gli stessi «valori» sono presenti in altre campagne elettorali. In Italia, Salvini si dichiara cattolico e difende la famiglia tradizionale. In Russia, la Chiesa ortodossa sostiene il governo di Putin. In Polonia, i cattolici lottano per  la legge sull’aborto. In Ungheria, Orban dichiara di voler creare una democrazia cristiana piuttosto che liberare.

Questi valori considerati cristiani sono in realtà spesso distanti dai veri valori cristiani e contribuiscono solo ad alimentare sentimenti negativi.

È un fenomeno che ritroviamo in generale nei regimi autoritari, dove  la  Chiesa è in grado di dare una condotta severa e autoritaria e soprattutto di indurre i fedeli all’obbedienza, senza far sviluppare il loro senso critico. La propaganda di un’organizzazione politica, invece, si dovrebbe basare sul ragionamento e sulla razionalità. In Brasile, Bolsonaro si è molto avvicinato a evangelici, protestanti e pentecostali. Le Chiese evangeliche in particolare sono cresciute moltissimo in Brasile, passando dal 6 per cento della popolazione nel 1980, al 22,2 per cento nel 2010. Bolsonaro viene definito fortemente cattolico, ma evangelico per convenienza.

Tant’è che è, durante una visita istituzionale in Israele nel 2016, è stato ribattezzato nel fiume Giordano da  un  pastore  evangelico e deputato  del Congresso. La cerimonia è stata una vera e propria opera teatrale e c’è da dire che questa strategia gli è riuscita molto bene.

Secondo l’Internazionale, gli evangelicali sono la ragione della sua ascesa politica. Il 66 per cento degli evangelicali si dichiara un suo elettore.

Essi sono in effetti una vera e propria forza politica, rappresentano un quinto dei seggi alla Camera dei deputati. Hanno sostenuto Bolsonaro nella campagna elettorale, portando avanti idee conservatrici e la battaglia contro la corruzione, che è ciò che più premeva alla popolazione.

Essi riescono a ricevere molti fondi, sia pubblici sia privati. Da una parte loro  stessi, in quanto membri del Congresso, destinano parte dei fondi pubblici alla Chiesa. Dall’altra, i fedeli stessi, che restituiscono alla Chiesa la decima parte dei loro introiti e che sono spesso spronati a dare sempre più offerte.

Nel 2014, Edir Macedo ha fatto costruire con i fondi pubblici una chiesa sfarzosa, che voleva essere una replica del Tempio di Salomone, a Sao Paolo. Sono stati spesi circa 200 milioni di dollari per questa opera e la struttura riesce a ospitare fino a 10.000 persone.

Inoltre, in un periodo di disordine e insicurezza come questo, la Chiesa si è presentata come figura di riferimento per le comunità più povere, rimpiazzando spesso uno Stato assente. Sono stati in grado di formare comunità, reti sociali e supporto per quelle popolazioni più emarginate.

Alcune Chiese evangeliche si sono così tanto politicizzate da condurre una vera e propria lotta morale contro l’ideologia di sinistra.

Il discorso religioso ha parecchia presa in un Paese come il Brasile e Bolsonaro è riuscito a sfruttare tutto questo. L’86 cento della popolazione si dichiara cristiana. Non tutti i cristiani si dichiarano d’accordo con l’ideologia di Bolsonaro, ma tutti si dichiarano contrari a un ritorno del Pt.

«Ho votato per Bolsonaro perché lui è cristiano e perché combatterà meglio la corruzione e il crimine in questo Paese», ha dichiarato Dea Blumer,  pensionata di 81 anni. E ancora, «Dopo tanti anni di corruzione e disoccupazione, adesso voglio un presidente forte con delle forti idee», ha ribadito Omar Britto, medico di 38 anni. La vittoria di Bolsonaro non è altro che il riflesso della sconfitta di Lula.

L’elettorato, in nome di una rivincita popolare, ha legittimato un governo estre- mista che, aggiunto a quelli di altre nazioni, potrebbe alterare l’equilibrio politico mondiale.

DAYANA  DE SANTIS – Dottoressa in Scienze Politiche, studentessa del Master of Science European Economy and Business Law presso l’Università degli Studi di Roma «Tor Vergata»

Note

1 P. Lichterbeck, «La tentazione autoritaria», Internazionale, n. 1276, 5 ottobre 2018.

2 A. Capizzi, «Le 5 scuole delle Relazioni Internazionali». WordPress.com.

3 W. Lippmann, Public Opinion, Harcourt, Brace and Company, New York, p. 192.

4 K. Rapoza, «How Bolsonaro becomes Brazil’s next president». Forbes. 8 ottobre 2018.

5 S. Jones, «A Win for Brazil’s Jair Bolsonaro Would Be a Victory for the Global Christian Right»,Intelligencer, 18 ottobre 2018.

Bibliografia

A. Capizzii, «Le 5 scuole delle Relazioni Internazionali». WordPress.com.

S. Jones «A Win for Brazil’s Jair Bolsonaro Would Be a Victory for the Global Christian Right». Intelligencer, 18 ottobre 2018.

P. Lichterbeck, «La tentazione autoritaria». Internazionale (n. 1276), 5 ottobre 2018.

W. Lippmann, Public Opinion, Harcourt, Brace and Company, New York.

K. Rapoza, «How Bolsonaro Becomes Brazil’s Next President», Forbes, 8 ottobre 2018.

A. Schipani e J. Leahy, «Jair Bolsonaro Courts Brazil’s Evangelical Christians». Financial Times, 19 ottobre 2018.

G. Veiga, «Jair Bolsonaro benedetto dalle chiese evangeliche brasiliane». Interna- zionale, 12 ottobre 2018.

«Il Brasile di Bolsonaro», ISPI, 28 ottobre 2018.

«Brasile, il populista Bolsonaro eletto nuovo presidente», Il Sole 24 Ore, 29 ottobre 2018.

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