Negli anni ‘60 e ‘70 si verificò negli Stati Uniti un’esplosione di conversioni giovanili a movimenti religiosi e spirituali molto diversi per dottrine e prassi dalla tradizione religiosa dominante, quella cristiana. Il fenomeno spaventò l’opinione pubblica e soprattutto molte famiglie che vedevano i propri figli lasciare la loro casa per seguire comunità guidate da leader che insegnavano dottrine e modi di vivere alternativi. Alcuni genitori si riunirono in associazioni finalizzate a difendere i loro figli da quella che ritenevano fosse l’azione distruttiva e manipolatrice di sette pericolose per prevenire l’adesione di altri e contrastarne il proselitismo. Così, alla fine degli anni ‘60, nacquero i primi movimenti anti-sette che divennero ben presto oggetto di studio da parte dei sociologi della religione. Lo sviluppo dell’ACM (Anti-Cult Movement) si può suddividere in tre momenti storici: lo stadio emergente (dalla fine dei ‘60 alla fine dei ‘70, in cui prende corpo l’ideologia del «controllo mentale» e inizia la pratica della deprogrammazione), lo stadio dell’espansione/consolidamento (negli anni ‘80, in cui l’ACM conclude la sua formazione e crea un’organizzazione a livello nazionale) e lo stadio del- l’espansione internazionale (agli inizi degli anni ‘90, in cui l’ACM perde il suo approccio radicale e anche la sua unità organizzativa). (1)

Nella prima fase questi movimenti sostenevano che l’adesione di giovani di buona famiglia a religioni «strane» non poteva essere libera e spontanea: doveva essere il frutto del «lavaggio del cervello» o della «manipolazione mentale», che le «sette» perpetrano sui loro membri indifesi come se fosse una sorta di «incantesimo». Tra gli autori che allora sostenevano questa spiegazione c’era Meerloo, che usò l’espressione «crimine di menticidio», (2) mentre Sargant fu uno dei primi  ad affermare di aver osservato un parallelismo tra gli esperimenti pavloviani sul condizionamento dei cani e la legge dei riflessi condizionati, e le prime conversioni al Metodismo nel periodo del revival protestante. (3)

Nel 1978 il suicidio-omicidio collettivo di oltre novecento membri del gruppo americano del Tempio del Popolo a Jonestown, nella Guyana, stimola la nascita di diversi gruppi ostili alle sette, soprattutto nel Nord America, dove molte piccole associazioni nel 1979 si riunirono nel Citizens Freedom Foundation (CFF) e che nel 1984 prese il nome di Cult Awareness Network (CAN). Altre due organizzazioni rimasero indipendenti dal CAN: Il Cult Project a Montreal (fondato nel 1979, che nel 1990 divenne Info-Cult/Info-Secte) e l’American Family Founda- tion (AFF) fondata nel 1989 che in seguito ha preso il nome di ICSA (International Cultic Studies Association).

Si moltiplicarono in quel periodo le attività di studiosi che partecipavano come testimoni esperti a processi intentati da famiglie di membri o da ex membri contro organizzazioni religiose di diversa tipologia. Secondo la ricostruzione di Cowan (4) il primo testo veramente importante a sostegno della tesi del lavaggio del cervello praticato nelle sette è il libro dell’antropologa Appel, nel quale l’autrice afferma:

«Combinato con tecniche di alterazione del pensiero […] e nel contesto della pressione di gruppo [i processi di lavaggio del cervello] costituiscono una forma di condizionamento per distruggere l’individuo». (5) In quello stesso anno la psicologa Margaret Singer rilasciava una testimonianza, durante un processo contro la Chiesa dell’Unificazione, in cui affermava che il gruppo aveva effettivamente praticato tecniche di lavaggio del cervello sui suoi membri. (6)

Il fatto che l’esistenza della manipolazione mentale venisse presentata in tribunale come se si trattasse di una nozione scientificamente accertata e universalmente condivisa, spinse allora l’American Psychological Association a intervenire ufficialmente. Margaret Singer, la psicologa che in quegli anni era stata la più attiva nella partecipazione ai processi e nella diffusione della teoria della manipolazione mentale nelle sette, venne incaricata nel 1983, durante un processo, di dirigere la task force DIMPAC (Deceptive and Indirect Methods of Persuasion and Control,  «Metodi ingannevoli e indiretti di persuasione e di controllo») che aveva il compito di valutare lo status scientifico delle teorie sul lavaggio del cervello applicate ai gruppi religiosi. La studiosa scelse i membri del gruppo, fra cui lo psichiatra West e lo psicologo Langone, dell’American Family Foundation. L’11 maggio 1987, l’ufficio  BSERP  (Board  of  Social  and  Ethical  Responsibility  for Psychology), a nome dell’APA, pubblicò un Memorandum in cui rifiutava il «rapporto finale della task force» perché «manca del rigore scientifico e dell’accostamento critico equilibrato necessari per un’approvazione dell’APA». (7) Con questo documento l’APA intendeva, da una parte dichiarare «priva di rigore scientifico» la teoria del lavaggio del cervello nella versione tipicamente presentata da Margaret Singer e dal movimento anti-sette, dall’altra lasciare aperta la porta ad altre teorie della persuasione e della manipolazione, diverse rispetto a quella di Margaret Singer. (8)

Questa decisione ha avuto un enorme impatto e ha portato, negli anni ‘90, i tribunali americani da una parte a condannare severamente i «deprogrammatori» e i movimenti anti-sette, che in qualche caso li sostenevano, dall’altra a rifiutare sistematicamente le testimonianze di esperti che si fondavano su teorie relative alla manipolazione mentale come se avessero un fondamento scientifico universalmente condiviso.

Nel 1996 il CAN, che forniva informazioni sui gruppi che considerava delle «sette» offrendo anche consulenza su come uscire da questi gruppi e sulla deprogrammazione, è fallito in seguito a bancarotta poiché  giudicato colpevole di avere violato i diritti civili e la libertà di religione del pentecostale Jason Scott, rapito e sottoposto a deprogrammazione. L’International Cultic Studies Association (ICSA) prosegue ancora oggi le sue attività con metodologie molto diverse da quelle degli anni ‘80. In effetti l’ICSA, che è attualmente l’organizzazione americana più importante a occuparsi del fenomeno, dalla fine degli anni ‘90 ha iniziato un percorso virtuoso di dialogo con il mondo accademico, soprattutto con quei sociologi della religione che erano spesso intervenuti con pubblicazioni e prese di posizione autorevoli contro le attività anti-settarie accusandole di minacciare la libertà di religione e credo di minoranze del tutto innocue etichettate come «sette», cioè organizzazioni criminali pericolose per individui e società. Solo per fare un esempio, alla fine degli anni ’90 il  presidente dell’organizzazione Herbert  Rosedale  e alcuni volontari iniziarono un dialogo con una delle «sette» più avversate in quel periodo: l’International Society for Krishna Consciou- sness (ISKCON). Quell’episodio fu il primo esperimento di comunicazione tra gruppi contrapposti (9) che diede il via a una generale revisione e messa in discussione di molte certezze, tanto che al convegno annuale del 1999 a Minneapolis, l’AFF ospitò per la prima volta un panel su un argomento fino ad allora tabù: «Le sette possono cambiare? Il caso ISKCON». Il fatto di dialogare con un’organizzazione di questo tipo era stato fino ad allora impensabile per i membri dell’AFF perché una delle caratteristiche di tutti i gruppi anti-sette era proprio quella di non voler dialogare con le «sette».

La situazione in Europa

Ben diversa è la situazione europea dove l’ACM (Anti-cult Movement) ha contribuito allo sviluppo di misure drastiche di controllo su minoranze religiose definite «sette», in tre Paesi europei. (10) L’organizzazione più attiva, il cui obiettivo principale è il contrasto agli abusi delle «sette» è la FECRIS – Federazione Europea dei Centri di Ricerca e Informazione sul settarismo, fondata nel 1994 a Parigi. Alla sua fondazione contava sette gruppi membri, mentre oggi ne dichiara trenta, in trenta paesi, tra  cui  l’Italia, (11) dove è rappresentata da due associazioni: CeSAP (Centro Studi Sugli Abusi Psicologici) e FAVIS (Associazione Familiari delle Vittime delle Sette). Sul sito della FECRIS è pubblicato l’elenco delle organizzazioni che sono «membri» e «corrispondenti», (12) ma non è possibile verificare quante di esse siano ancora attive e in che misura, e il numero totale dei membri. Inoltre il sito web della FECRIS non fornisce informazioni sui nominativi e sulle qualifiche del suo Consiglio Direttivo, del quale si apprende l’esistenza solo leggendo il testo dello Statuto. (13)

Le finalità della Federazione sono riassunte nell’art. 2 dello Statuto, in particolare nel primo paragrafo: «Riunire associazioni le cui finalità siano difendere gli individui, le famiglie e la società democratica contro l’opera illegale di organizzazioni settarie dannose e/o totalitarie. A questo fine la Federazione considera setta o guru qualsiasi organizzazione o individuo che fa commercio di credenze e tecniche comportamentali distruttive, usa la manipolazione mentale, abusa della fiducia, estorce il consenso». (14)

Queste finalità rivelano l’ideologia che è alla base delle attività della FECRIS, e cioè contrastare «sette» e «guru» senza alcuna distinzione o definizione chiara di che cosa si stia parlando, attribuendo a questi gruppi sociali attività criminali e manipolatorie sulla base di resoconti di ex-membri ostili o teorie controverse e ampiamente screditate come quella della «manipolazione mentale».

Di questa particolare caratteristica della FECRIS si è occupato il direttore di HRWF (Human Rights Without Frontiers), Willy Fautré, nell’introduzione al testo pubblicato presso l’Università di Dresda sulla FECRIS sotto l’egida dell’HRWF, (15) dove è riportata un’indagine sulle attività di cinque organizzazioni affiliate alla FECRIS, in Austria, Francia, Germania, Serbia e Russia, dalle quali si possono constatare le conseguenze che l’ideologia alla base della FECRIS ha sul piano pratico. Fautré afferma che questa organizzazione «è controversa e la sua crociata contro le sette pone molte e fondamentali domande» (16) e, nella conclusione, mette in evidenza le azioni discutibili di associazioni membri della FECRIS nelle cinque nazioni prese in considerazione. Alcuni esempi sono: «negare lo statuto di religione ad associazioni religiose riconosciute dallo Stato, violando così l’art. 9 della Convenzione Europea dei Diritti Umani; cercare di limitare o impedire il diritto dei Nuovi Movimenti Religiosi alla libera associazione, alla libertà di espressione e ad accrescere il numero dei loro membri; cercare di limitare il diritto dei genitori che aderiscono a un Nuovo Movimento Religioso a dare un’educazione religiosa  ai loro figli con il pretesto che questi ultimi sarebbero in grave pericolo e che avrebbero bisogno di essere protetti dall’indottrinamento; sostenere una gerarchia di religioni che discrimina i NMR e li relega a una sottocategoria chiamata “sette pericolose, distruttive o totalitarie”; etichettare attraverso i media interi gruppi religiosi che sono registrati, legali e mai condannati dai tribunali; diffondere false e infondate accuse e formulare sentenze di condanna sulla base di informazioni diffamatorie; creare panico sociale mettendo continuamente in guardia contro i NMR; creare, con i loro discorsi di odio, un clima di intolleranza che porta ad  abusi verbali, minacce, aggressioni fisiche contro le persone e attacchi contro gli edifici delle comunità, compreso l’incendio doloso». (17)

Regis Dericquebourg, nel suo contributo al volume, (18) elenca alcuni esempi di dichiarazioni pubbliche fatte da presidenti ed ex presidenti della FECRIS che si sono succeduti dal 1994 al 2012. Emerge dalle citazioni un’attitudine generalizzata all’etichettamento dei movimenti più diversi, senza alcuna distinzione. Solo per fare alcuni esempi, Alexander Dvorkin, che all’epoca era vicepresidente della FECRIS, aveva fatto delle dichiarazioni in cui esprimeva queste valutazioni su Falun Gong: «…setta rigorosamente totalitaria i cui membri vengono strumentalizzati dal leader nella sua vendetta contro il governo cinese …», sui Mormoni:

«… rozza setta occulta neopagana con tendenze totalitarie…», e sui cristiani evangelici o pentecostali: «… le sette totalitarie moderne sono una manifestazione socialmente pericolosa, esse si lasciano dietro una scia di vite umane distrutte, famiglie distrutte….» (19).

Patricia Duval nel suo contributo, (20) dopo aver riferito alcuni gravi casi di diffamazione a danno di minoranze religiose verificatisi in Francia, conclude che «il modello operativo della FECRIS e delle sue affiliate in Francia, basato sulla raccolta e la diffusione di resoconti unilaterali e sul rifiuto del dialogo con i gruppi che essi etichettano come “settari” cozza con le raccomandazioni di tolleranza e dialogo espresse dal relatore speciale delle Nazioni Unite per la libertà di religione e credo … Lo Stato francese non dovrebbe sostenere queste attività». L’autrice si riferisce al fatto che la FECRIS, pur essendo un’Organizzazione Non Governativa, viene finanziata dal governo francese, una situazione ampiamente e ripetutamente denunciata all’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in  Europa) da diverse ONG. Nonostante questa situazione discutibile, la FECRIS ha continuato a ricevere finanziamenti dal governo, fino al dicembre 2018.

Il movimento anti-sette in Italia: caratteristiche e attività

In Italia il movimento anti-sette nasce nella seconda metà degli anni ‘80, inizialmente finalizzato a contrastare il proselitismo e le attività della Chiesa di Scientology e dei Testimoni di Geova. In quegli anni si sono verificati alcuni casi di rapimenti, a scopo di deprogrammazione, ai danni di fedeli Hare Krishna e di una giovane scientologa. All’epoca l’unica associazione membro della FECRIS, era l’ARIS (Associazione Ricerca e Informazione sulle Sette) che agiva spesso in collaborazione con un’associazione cattolica, il GRIS (Gruppo di Ricerca e Informazione sulle Sette). La situazione odierna si presenta alquanto variegata. Delle due associazioni sopra nominate, l’ARIS ha cessato da tempo le sue attività e l’altra, il GRIS, ha cambiato il suo nome in Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa e ha ampliato il campo delle sue attività occupandosi di problematiche varie connesse all’etica cattolica.

Alla fine degli anni ‘90 e nei primi anni duemila sono nate tre diverse associazioni fondate da persone che avevano svolto funzioni direttive o avevano in qualche modo partecipato alle attività del GRIS. Tali associazioni, inizialmente finalizzate   a contrastare le «sette», in seguito si sono trasformate includendo nelle loro attività di assistenza l’aiuto a vittime di abusi psicologici anche in contesti sociali diversi dalle «sette». Agli inizi del 2000 nasce anche il numero anti-sette di don Aldo Bonaiuto, dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, che viene indicato, nella circolare istituiva della Squadra di Polizia anti-sette, come principale consulente delle forze dell’ordine. Le attività di questo gruppo non si differenziano, nella sostanza, da quelle delle altre organizzazioni anti-sette, tranne che per l’«imprimatur» istituzionale di cui gode grazie alla circolare istitutiva della SAS (Squadra anti-sette) che lo indica come principale referente del nucleo di polizia. (21) Più recentemente sono nate altre associazioni che agiscono per contrastare specifici movimenti religiosi, fondate da ex-membri ostili al gruppo che hanno lasciato, che agiscono spesso in collaborazione con le altre organizzazioni menzionate.

L’azione di tutte queste organizzazioni, anche all’interno di un contesto sociale sostanzialmente tollerante e democratico, come quello italiano, può generare ulteriori conflitti, persecuzioni e violazioni dei diritti civili delle minoranze, specie   se gli attivisti anti-sette rappresentano la principale fonte di informazioni per l’autorità giudiziaria, i media e le istituzioni.

Recentemente la nozione generica di «setta» e «psicosetta» è stata attribuita anche a organizzazioni, aziende e gruppi non religiosi che per qualche ragione avrebbero caratteristiche «abusanti» e sfrutterebbero i loro clienti. Uno degli esempi più recenti di questo tipo di disinformazione e allarmismo in Italia è una pubblicazione che ha avuto una certa risonanza nei media, nella quale sono stati intervistati come «esperti» diversi esponenti del mondo anti-sette, con il risultato che al lettore viene fornita una immagine distorta e allarmante del fenomeno «sette». Questa strategia è finalizzata, come espressamente dichiarato dagli autori, a sollecitare le istituzioni alla reintroduzione del reato di plagio nel nostro ordinamento. Le due organizzazioni membri della FECRIS in Italia, CeSAP e FAVIS, svolgono il loro ruolo in perfetta sintonia con le finalità dell’organizzazione madre: attivismo politico e culturale finalizzato a sollecitare le istituzioni a contrastare e reprimere le «attività criminali e abusive delle sette», da una parte, e assistenza alle «vittime delle sette» dall’altra. Per quanto riguarda il primo tipo di attività si fanno di seguito solo due esempi, particolarmente significativi.

Il primo esempio è la campagna che queste organizzazioni portano avanti da quando sono state fondate: la reintroduzione del reato di plagio nel nostro ordinamento con il nome di «manipolazione mentale». Nel 2011 rappresentanti delle due organizzazioni hanno partecipato alle audizioni della seconda commissione giustizia del senato mentre era in corso «L’indagine conoscitiva sul fenomeno della manipolazione mentale dei soggetti deboli, con particolare riferimento al fenomeno delle cosiddette ‘sette’». (22) La discussione riguardava il DDL 569 «Disposizioni concernenti il reato di manipolazione mentale» presentato da Antonino Caruso del PDL e altri. (23) La commissione aveva ascoltato diversi esponenti di gruppi anti-sette che sono intervenuti e hanno depositato documentazione a sostegno del DDL 569 e alcune «vittime» di movimenti religiosi e non. (24) Questa campagna è in evidente contrasto con quanto affermato dall’Assemblea del Consiglio d’Europa che nel 1999 citava la sua Raccomandazione 1178 (1992) su sette e nuovi movimenti religiosi, in cui «riteneva indesiderabile una più significativa legislazione in materia di sette, sulla base del fatto che tale legislazione avrebbe potuto interferire con la libertà di coscienza e religione garantita dall’Articolo 9 della Convenzione Europea sui Diritti Umani, così come rappresentare un danno per le religioni tradizionali». (25) Inoltre, al paragrafo III della Raccomandazione, il Consiglio d’Europa chiede espressamente ai paesi membri «l’uso delle normali procedure della legge penale e civile contro le pratiche illegali svolte in nome di gruppi di natura religiosa, esoterica o spirituale». (26) Il secondo esempio è il sostegno di queste organizzazioni a un rapporto redatto da un deputato francese, Rudy Salles, e discusso dall’Assemblea del Consiglio d’Europa nel 2014, intitolato «La protezione dei minori contro gli eccessi delle sette» (The protection of minors against excesses of sects). (27) Il rapporto segnalava il pericolo delle «derive settarie» in Europa, specialmente in relazione agli «eccessi delle sette» che possono causare danni ai minori. Le uniche fonti del rapporto erano la MIVILUDES, (Missione Interministeriale di Vigilanza e di Lotta contro le derive settarie) e la FECRIS – come si evince dagli atti del Convegno dell’organizzazione tenutosi a Marseille nel 2015 (28) – senza prendere in considerazione né i diretti interessati, cioè le presunte «sette», né altri punti di vista sul fenomeno, come quello delle ONG impegnate nella difesa delle minoranze e dei numerosi esperti accademici che studiano il fenomeno da decenni.

In occasione della discussione del rapporto di Rudy Salles all’Assemblea del Consiglio d’Europa, CeSAP e FAVIS  inviarono, come primi firmatari, una lettera  alla presidente dell’Assemblea Anne Brasseur nella quale si sosteneva la validità del rapporto e si ribadiva la gravità del fenomeno degli abusi sui minori perpetrato dentro le «sette» utilizzando come esempi il caso delle Bestie di Satana e del Forteto, come se si trattasse di fenomeni emblematici di una situazione generalizzata e diffusa, di cui in realtà non vi è traccia.

Anche questo approccio al fenomeno è in aperto contrasto con la Raccomandazione 1412 del 1999 in cui il Consiglio d’Europa aveva chiesto agli Stati membri di non usare la parola «setta», perché discriminatoria, e di affrontare i problemi e i conflitti collegati alle attività di qualche gruppo religioso o spirituale attingendo informazioni da varie fonti, compresi i rappresentanti dei gruppi coinvolti ed esperti accademici del settore. (29)

Per comprendere quanto queste posizioni ideologiche siano infondate e non rispecchino il punto di vista del mondo giuridico e della società civile, è sufficiente sapere che alla presidente dell’Assemblea, Madame Anne Brasseur, prima dell’inizio della discussione era pervenuta una petizione contro il rapporto Salles che aveva raccolto oltre 10.000 firme, e, nei giorni precedenti al 10 aprile 2014, oltre ottanta organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani ed esperti di varie branche del sapere di tutto il mondo avevano inviato a lei e ad  altri importanti esponenti dell’assemblea parlamentare decine di lettere chiedendo di rifiutare sia la raccomandazione sia la risoluzione proposte da Salles perché, se approvate, avrebbero messo in pericolo la libertà religiosa delle minoranze in Europa. Anche privati cittadini danesi, francesi, russi, austriaci, italiani, bulgari, spagnoli, americani, ecc. inviarono lettere per palesare le loro preoccupazioni. (30)

Nel corso di un incontro tenutosi a Strasburgo, organizzato da una coalizione di cinque gruppi preoccupati per la libertà religiosa e sponsorizzato dal parlamentare Valeriu Ghiletchi, alcuni relatori ed esperti avevano espresso la loro posizione contraria al Rapporto Salles. (31) Per esempio, il dott. Rhodes, ex Direttore Esecutivo della Commissione Internazionale Helsinki e co-fondatore del Freedom Right Project, aveva affermato che la bozza di risoluzione «non offrirà ai bambini maggior protezione di quanto già disponibile nelle legislazioni degli stati membri» e, se «dovesse essere approvata, la risoluzione costituirebbe in sé una minaccia per i bambini, oltre che per gli adulti, membri di minoranze religiose. Li stigmatizzerebbe, aumentando per loro la possibilità di essere esposti al pregiudizio, alla discriminazione e anche di essere oggetto di violenza». Ha proseguito dicendo: «La risoluzione sarebbe una macchia sul Consiglio d’Europa. è del tutto incoerente con l’intento dei fondatori del Consiglio d’Europa». «L’approvazione di questa Risoluzione farà entrare l’Assemblea Parlamentare in conflitto non solo con gli obblighi della sua Convenzione, ma anche con la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Non solo questa risoluzione è una ricetta per la discriminazione e l’intolleranza; essa fornirà una copertura per l’interferenza arbitraria  nella  vita  religiosa».  Il parlamentare Ghiletchi, figura chiave della campagna «One in Five» dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa intesa a unire i parlamentari nella lotta contro la violenza sessuale sui minori, ha concluso l’incontro appellandosi ai parlamentari e ai rappresentanti delle ONG pre- senti: «[Questo rapporto] non dovrebbe diventare una risoluzione. L’accettazione di questa risoluzione sarà una macchia, una vergogna per il Consiglio d’Europa. La bozza del rapporto è una vera minaccia alla libertà religiosa e non possiamo accettare questo Vaso di Pandora». La preoccupazione generale, relativa al timore dell’approvazione del rapporto Salles, è sintetizzata in modo chiaro ed efficace dal documento inviato da Willy Fautrè, direttore di HRWF, all’assemblea parlamentare, nel quale affermava che il rapporto sulla protezione dei bambini contro le derive settarie era in contrasto con il diritto dei genitori all’educazione religiosa dei propri figli. La Francia tentava, secondo Fautrè, di limitare i diritti dei genitori che aderivano a «sette» nonostante in precedenza la politica antisettaria della Francia avesse già sollevato critiche dalle Nazioni Unite nel 2005, dal Dipartimento di Stato americano nel suo rapporto annuale e da diverse ONG impegnate nella difesa dei diritti umani all’OSCE.

La discussione del rapporto Salles in Assemblea Plenaria, interamente videoregistrata, ha messo in evidenza anche l’ampia opposizione di altri  parlamentari. Tra i vari interventi uno dei più efficaci è stato quello dell’on. Binley (Regno Unito) secondo il quale il rapporto presentava «informazioni distorte, stigmatizzi gruppi minoritari, sia un coacervo di banalità e vaghe accuse che, tuttavia, in Francia hanno provocato danni gravi a famiglie e bambini». (32)

L’Assemblea Plenaria ha, alla fine, approvato una risoluzione fortemente emendata rispetto a quella proposta da Rudy Salles, tanto che lo stesso relatore ha affermato, dopo l’approvazione di buona parte dei quarantadue emendamenti proposti dall’opposizione, che la sua «creatura» era stata «completamente stravolta». Ha invece respinto la raccomandazione, preparata da Salles e collaboratori, che avrebbe dovuto essere inviata a tutti gli stati membri, rifiutando così il «modello» francese di politica contro le «sette».

L’ampia opposizione al modello francese si è manifestata nuovamente tre anni dopo, nel 2017, in occasione dell’approvazione da parte del Consiglio d’Europa,  di un rapporto redatto dall’on. Ghiletchi, intitolato «The protection of therights of parents and children belonging to religious minorities», che va nella direzione opposta a quella del rapporto Salles. (33) L’approvazione di questo secondo rapporto è la conferma che, in realtà, se è vero che in alcuni gruppi si verificano abusi sui minori, come avviene in altri contesti e perfino nelle famiglie, è anche possibile che i bambini le cui famiglie appartengono a minoranze religiose vengano discriminati o «abusati» a causa di azioni  messe  in  atto  dallo Stato o dai suoi rappresentanti in violazione del diritto dei genitori ad educare i propri figli, oppure come conseguenza di moderne «caccia alle streghe» messe  in atto da media e gruppi anti-sette contro gruppi minoritari, come ampiamente documentato nel volume già citato relativo alle attività della FECRIS in cinque paesi europei. (34)

La ricerca accademica

La ricerca accademica si occupa da decenni del fenomeno anti-sette che, nonostante la diversità di contesti, presenta le medesime caratteristiche.

Uno dei contributi più interessanti a questo proposito è quello di Shupe e di altri. (35) Secondo i quali gli Anti-Cult Movements  (ACM) rappresentano una tipologia particolare di movimento sociale che nasce come contrapposizione a un  altro tipo di movimento. Per questo motivo l’ACM può conseguire i suoi obiettivi solo se i gruppi sociali a cui si oppone esistono e sono attivi nella società. In questo senso gli autori affermano che l’approccio sociologico più adatto a studiare l’ACM «sia quello di analizzare la sua struttura ed economia interna come quella tipica di un contromovimento e, a livello esterno, considerarlo come un network di gruppi alleati tra loro». (36) La struttura di questi gruppi, inoltre, si configura come un network integrato di ruoli (organizzazione) e simboli (ideologia) caratterizzanti. I ruoli chiave sono quelli dei membri, dei leaders, nonché degli esperti di assistenza e recupero (deprogrammatori, exit counselors, terapisti), degli esperti in ambito giuridico (avvocati) e degli apostati (ex-membri disaffiliati da NMR che aderiscono al movimento anti-sette).

Per ciò che riguarda l’ideologia, essa si fonda sull’idea che nella società stia emergendo un nuovo problema, quello delle «sette» che questo problema sia sottovalutato e si stia diffondendo rapidamente, rappresentando così un pericolo per la società. Conseguentemente sarebbe, dunque importante intraprendere azioni concrete per recuperare gli individui compromessi (deprogrammazione/exitcounseling) e contrastare i gruppi dai quali sono stati danneggiati. Per quanto concerne il collegamento con l’esterno, esso si attua grazie al network di gruppi che sostiene l’ACM: istituzioni o organizzazioni che, pur non essendo coinvolte direttamente nelle attività dell’ACM, forniscono tuttavia a quest’ultimo il supporto esterno necessario alle sue attività, perché lo aiutano ad acquisire la legittimità di cui ha bisogno per operare e avere successo nel sistema sociale. Per contrastare i Nuovi Movimenti Religiosi (NMR), l’ACM ha cercato di creare una struttura e una rete di informazioni e risorse di vario tipo, in grado di contestare lo status religioso, rivendicato da un certo numero di NMR, e di minare la lealtà dei membri affiliati spingendoli a disaffiliarsi, impoverendo così le organizzazioni di volta in volta prese di mira. L’ACM ha cercato di raggiungere questo obiettivo utilizzando una strategia diversificata: creare un network di organizzazioni che archivia tutti i casi di vittime, indaga sui gruppi accusati, offre servizi di vario tipo e cerca di attuare qualche forma di controllo su di essi; sviluppare un’ideologia basata sull’esistenza del controllo mentale nelle «sette», identificando anche quali gruppi lo praticano. (37)

In questa stessa linea si pone anche Cowan, il quale sottolinea come la teoria del brainwashing, o «manipolazione mentale» come spiegazione unica della conversione ai NMR, sia essenziale per sostenere le attività delle tre componenti principali dell’ACM: amici e parenti di membri affiliati, ex-membri e gruppi anti- sette. La teoria del lavaggio del cervello, infatti, per ciascuno di questi soggetti funziona come «conforto», «consolazione» e «misura di controllo»:

«Conforto»: i genitori e gli amici dei giovani convertiti trovano una spiegazione univoca a un fenomeno per loro misterioso, quello dell’adesione di un loro congiunto a un NMR; «Consolazione»: gli  ex-membri, in conflitto con se stessi  perché guardano alle scelte fatte quando erano affiliati come se si trattasse di azioni insensate, possono risolvere tale conflitto attribuendolo a tecniche manipolatorie di cui erano più o meno inconsapevoli; «Misura di controllo»: gli attivisti anti-sette se ne servono per giustificare la loro richiesta di aumentare il controllo sociale sui NMR, evitando così di considerare l’enorme complessità dei processi di conversione, che possono prendere direzioni e avere esiti molto diversi, sia a livello individuale sia sociale. (38) Wright, a sua volta, sottolinea come le organizzazioni che fanno parte dell’ACM si presentino ai parenti, preoccupati per l’affiliazione di un loro congiunto a un NMR, come «servizi educativi o informativi». Come tali, gli operatori di questi gruppi forniscono notizie allarmanti sui NMR a cui si sono affiliati i congiunti delle persone che si rivolgono a loro: per esempio il fatto che nei NMR si pratichi il lavaggio del cervello, si abusi sessualmente dei membri, ecc. (39)

Talora accade che i familiari e gli amici dei membri ancora affiliati, sulla scia di questi resoconti preoccupanti, decidano anche loro di entrare a far parte del network di oppositori organizzati, impegnati a chiedere e ottenere dalle autorità maggiore controllo e azioni repressive contro i NMR. (40) In questi casi il network sociale anti-sette, composto da assistenti sociali, psicologi, counselor, giornalisti e, talvolta, anche organi di polizia o agenzie per la protezione dei minori possono allearsi. Può avere così inizio un’indagine, partendo proprio dalle testimonianze diffuse dai media di abusi perpetrati all’interno di un NMR, e tale indagine può sensibilizzare al problema alcuni esponenti del mondo politico e delle forze dell’ordine che si sentono in dovere di fare qualcosa per prevenire e combattere il fenomeno.

Wright, inoltre, sottolinea l’importanza di individuare e tener conto dell’influenza di due tipologie di persone impegnate all’interno dell’ACM: gli ex-membri che hanno lasciato il movimento in seguito a deprogrammazione, che sono più inclini degli altri a vedere la loro passata affiliazione come l’effetto di una «manipolazione mentale», e i terapisti anti-sette che egli ritiene non neutrali poiché «frequentemente hanno secondi fini», e la cui attività di assistenza psicologica degli ex-membri è, per questo motivo, molto diversa da quella dei terapisti neutrali. (41)

Una critica metodologica all’operato dei movimenti anti-sette (42)

I gruppi anti-sette non operano solo in ambito politico ma anche a livello sociale e rappresentano il punto di riferimento per chiunque debba affrontare il problema di un parente affiliato a un gruppo spirituale minoritario oppure per chi sia uscito da uno di questi gruppi in modo traumatico.

Ritengo che spesso in queste attività di «sostegno» e «assistenza» vi siano carenze di fondo dalle quali scaturiscono una serie  di  errori.  La  carenza  a  mio avviso più grave consiste nell’estrapolare il disagio del singolo o della famiglia dai rispettivi contesti: la personalità, le dinamiche familiari e le influenze del sistema sociale vengono ignorate o sottovalutate e il «caso» viene trattato come se fosse un problema a sé, come se l’adesione o la fuoriuscita dalla «setta» si potessero comprendere indipendentemente da tutti questi fattori. Non si cerca di comprendere cosa non ha funzionato nei gruppi di riferimento prima dell’affiliazione, cosa l’adepto non ha trovato nella sua famiglia e nella chiesa  di  cui  faceva parte, tanto da ricercare altrove la sua realizzazione, ma si preferisce attribuire ogni «colpa» al nuovo gruppo di riferimento, quello che nel presente sembra rispondere alle aspettative dell’individuo: la «setta». (43) Di questo gruppo si approfondiscono solo gli aspetti che confermano il pregiudizio nei suoi riguardi e     si citano documenti che ne descrivono la pericolosità, mentre sugli altri gruppi, quelli che sono stati abbandonati dall’individuo (famiglia e/o chiesa), si preferisce tacere o semplicemente rivendicarne i «diritti» come se fossero «parte lesa» e non «parte corresponsabile» dell’affiliazione.

Da questo errore di fondo derivano convinzioni e presupposti erronei che rendono l’azione dei volontari o dei professionisti che operano nei gruppi anti-sette molte volte inefficace o controproducente. In realtà la maggior parte dei conflitti legati all’affiliazione a un gruppo religioso o spirituale può essere affrontata e risolta con le stesse strategie di mediazione che si utilizzano per i conflitti familiari che hanno cause diverse, dove il problema viene inserito nel contesto generale e non viene trattato a sé. In effetti, la maggior parte delle volte, l’affiliazione alla «setta» può essere solo l’elemento conclusivo di un processo conflittuale intrafamiliare già iniziato da tempo o del quale c’erano già i presupposti. Ed è altrettanto frequente il fatto che l’esito dell’affiliazione non gradita ai familiari si riveli invece positivo per il singolo, che trae benefici considerevoli dalla sua scelta religiosa. Nel caso in cui le persone siano state abusate o truffate in qualche gruppo religioso o non religioso, spetta alle forze dell’ordine e alla magistratura intervenire sulla base del codice penale già  esistente  che,  come  in  molti  casi già conclusi, è sufficiente a punire i colpevoli senza che si debba fare ricorso a leggi speciali.

In conclusione, ritengo che chiunque desideri prestare aiuto, consigliare e informare in questo settore può farlo in modo competente ed efficace solo se si è preparato attraverso uno studio serio del fenomeno religioso e delle sue ricadute psicosociali e se ha maturato un atteggiamento rispettoso, tollerante e aperto al dialogo verso tutte le forme di spiritualità con le quali viene a contatto. Purtroppo in molti casi ciò non avviene: l’atteggiamento «intollerante» verso gruppi religiosi «diversi», unito alla scarsità di tempo e di risorse economiche e culturali, rende il panorama italiano – tranne rare eccezioni – piuttosto desolante. A queste carenze si cerca di supplire con buona volontà, buone intenzioni, tanto «cuore» e desiderio di «giustizia»: lodevoli intenzioni e valori condivisibili che, tuttavia, non solo non risolvono i conflitti, ma possono addirittura esacerbarli ingenerando un timore infondato nei riguardi di un fenomeno sociale che presenta le stesse caratteristiche di altri fenomeni sociali legati al pluralismo religioso e al multiculturalismo. La diversità religiosa e spirituale difficilmente è ben accolta dalle religioni di maggioranza e dal sistema sociale maggioritario,  ed  è  proprio  per  questo  che le minoranze non solo vanno accolte ma vanno anche e soprattutto difese sulla base dei diritti costituzionalmente garantiti, senza assicurare loro alcun privilegio nel caso al loro interno vengano commessi dei reati.

Raffaella Di Marzio – Membro del direttivo Sipr (Società Italiana di Psicologia della Religione) Fondatrice e curatrice del Centro online di Informazione e Ricerca «Spiritualità»Religioni e Settarismi (dimarzio.info)

NOTE

1   A.D SHUPE. JR., D.G. BROMLEY e S.E. DARNELL, The North American Anti-Cult Movement: Vicissitudes of Success and Failure, in J.R. LEWIS (a cura di), The Oxford Handbook of New Religious Movements, Oxford University Press, New York 2004, pp. 184-205.

2 JA MEERLOO, The crime of menticide, «Am J Psychiatry», vol.107, n. 8, 1951, pp.594-598.

3 Cfr. W. SARGANT , The Mechanism of Conversion, «British Medical Journal», vol. 2, n. 4727, pp. 311-316 e W SARGANT. (1974), The Mind Possessed: A Physiology of Possession, Mysticism and Faith Healing, Philadelphia, 1951, Lippincott.

4 D.E.  COWANConversion  to  New  religious  Movements,  in  L.R.  RAMBO  e  C.E.  FARHADIAN (a cura di), Oxford Handbook on Religious Conversion, Oxford, Oxford University Press, 2014, pp. 687-705.

5   W. APPEL, Cults in America: Programmed for Paradise, Holt, Rinehart & Winston, New York, 1981, p. 20.

6   M.T. SINGER, Transcript of Court proceedings, Orme v. Associated Newspapers Group Ltd., Royal Court of Justice (9 Marzo, 1981), 1981, p.15.

7   American Psychological Association/APA (a cura dell’) (1987), Board of Social and Ethical Responsibility for Psychology. Memo to the DIMPAC Committee, Washington DC, American Psychological Association.

8 M. INTROVIGNE, Il lavaggio del cervello: realtà o mito?, Leumann, Elledici, 2002, Torino.

9 C. ALMENDROS, S.K.D EICHEL., C. GIAMBALVO, L. GOLDBERG, R. HENRY, M. KROPVELD, M. LANGONE e A.W. SCHEFLIN, Dialogue and Cultic Studies: Why Dialogue Benefits the  Cultic Studies Field. A Message From the Directors of ICSA, «ICSA Today», 2013, vol. 4, n. 3, pp. 2-7.

10   M. INTROVIGNE (2004), Something Peculiar about France: Anti-Cult Campaigns in Western Europe and French Religious Exceptionalism, in J.R. LEWIS (a cura di), The Oxford Handbook        of New Religious Movements, New York, Oxford University Press, pp. 206-220.

11  INTROVIGNE (1994) M. Anti-Cult and Counter-Cult Movements in Italy, in A. SHUPE e D.G. BROMLEY (a cura di), Anti-Cult Movements in Cross-Cultural Perspective, Garland, New York-London, pp. 171-197.

12   https://www.fecris.org/members/.

13   L’assenza di informazioni sulle persone e le qualifiche del Consiglio Direttivo della FECRIS non è indicativa di quella trasparenza che dovrebbe contraddistinguere una ONG che gode di status partecipativo al Consiglio d’Europa, status consultivo  all’Economic  and Social Council delle Nazioni Unite (ECOSOC) e  partecipa alla  Platform  of  Fundamental Rights (FRP) dell’Unione Europea. Il Sito della FECRIS è stato consultato per l’ultima volta il 14 maggio 2019.

14 Trad. non ufficiale del testo in inglese: «To bring together representative associations whose goal it is to defend individuals, families and democratic societies against the illegal machinations of organizations of a harmful sectarian and/or totalitarian nature. For this purpose, the Federation designates as a sect (or cult) or guru any organization or individual trading in creeds and destabilizing behavioral techniques and using tools such as mind manipulation, abuse of trust, absence of consent» La versione inglese dello Statuto della  FECRIS è all’indirizzo: http://fecris.org/wpcontent/uploads/2015/05/ FECRIS_STATUTS_EN.pdf.

15 G. BESIER E H. SEIWERT (a cura di) (2012), Freedom of Religion or Belief Anti-Sect Movements and State Neutrality. A Case Study: FECRIS, «Religion-State-Society», vol. 13, n. 2. Il libro è online all’indirizzo: http://www.dimarzio.info/it/docum/finish/7-acm- europe/251-a-case-study-fecris.html.

16 W FAUTRè, Introduction, in Besier G. e Seiwert H. (a cura di) (2012), Freedom of Religion or Belief Anti-Sect Movements and State Neutrality. A Case Study: FECRIS, «Religion-State- Society», vol. 13, n. 2, pp.181-182.

17 W FAUTRè, Conclusion & Recommendation (2012), in G BESIER. e H. SEIWERT (a cura di), Freedom of Religion or Belief Anti-Sect Movements and State Neutrality. A Case Study: FECRIS, «Religion-State-Society», vol. 13, n. 2, pp. 390-391.

18 R. DERICQUEBOURG (2012), FECRIS: European Federation of Research and Information Centers on Sectarianism, in G BESIER. e H. SEIWERT (a cura di), Freedom of Religion or Belief Anti-Sect Movements and State Neutrality. A Case Study: FECRIS, «Religion-State-Society», vol. 13, n. 2, pp.183-194.

19 Ibid. p. 190.

20   P. DUVAL (2012), FECRIS and its Affiliates in France. The French Fight against the «Capture of Souls», in G BESIER e H. SEIWERT (a cura di), Freedom of Religion or Belief Anti-Sect Movements and State Neutrality. A Case Study: FECRIS, «Religion-State-Society», vol. 13, n. 2, pp. 197-255.

21 Il sacerdote co-organizzava e partecipava spesso a eventi in collaborazione con alcune   delle associazioni menzionate, ma dopo l’ampia diffusione mediatica di alcune sue recenti esternazioni a proposito di una «invocazione satanica» al Festival di Sanremo (https://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2019/02/12/invocato-satana- sanremo-esorcista-contro-virginia-raffaele_8r47lkVwlRL6oTfkXBKofN.html), CeSAP e FAVIS hanno emanato un comunicato in cui prendono le distanze da questo genere di dichiarazioni.

22   http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/273335.pdf

23 Testo del disegno di legge: http://leg16.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00302132.pdf

24   http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/273335.pdf

25 Un articolo sulla discussione all’Assemblea parlamentare è all’indirizzo: http://www.dimarzio.info/it/articoli/liberta-religiosa/47-rapporto-del-consiglio-d-europa-in- materia-di-sette.html

26   Il documento del COE è all’indirizzo: http://assembly.coe.int/nw/xml/XRef/Xref- XML2HTML-en.asp?fileid=16713&lang=en)

27   Versione del rapporto Salles in inglese: http://websitepace.net/documents/10643/ 110596/ajdoc0720022014press.pdf/42ae8104-ad82-4097-b3a2-5ceb19a14769 e italiano http://www.dimarzio.info/it/docum/finish/27-discriminazione/295-rapporto-di-rudy-salles.html

28   Daniele Muller-Tulli, Presidente della FECRIS, afferma di aver discusso la questione degli abusi sui minori con Rudy Salles. Afferma inoltre che la FECRIS ha dato il suo contributo alla redazione del rapporto sia direttamente che indirettamente fornendo utili informazioni alla Commissione degli Affari Legali: «Mrs OESCHGER and I thus discussed the matter with Mr Rudy SALLES, whom we knew to be aware of the subject for having raised it on several occasions during various parliamentary commissions of enquiry in France. The MIVILUDES   had already approached the Legal Affairs Commission of the  European  Council’s Parliamentary Assembly, which took interest in the report on «The Protection of Minors against Sectarian Abuse». The Member of Parliament Rudy Salles was  appointed  in September 2011, to report. FECRIS made its contribution both directly through the report by Branka DUJMIC for the «Sectarian abuse and the violation of Human Rights “working group, and indirectly by providing various useful information to the Legal Affairs Commission,   as well as by recommending certain people of importance». Il documento è consultabile a questo indirizzo: http://fecris.org/wp-content/uploads/ 2015/05/Acts_Marseille_2015EN.pdf. Consultato il 9 maggio 2019.

29   Cfr. Documento della seduta del Parlamento Europeo A5-0223/2001 del 21 giugno 2001 in cui vengono citate le Raccomandazioni 1396 (1999) su religione e democrazia e1202 (1993) relativa alla tolleranza religiosa in una società democratica.

30 Un elenco parziale di questa documentazione è reperibile all’indirizzo: http://www.dimarzio.info/it/articoli/liberta-religiosa/372-preoccupazione-per-il- rapporto-di-rudy-salles-su-sette-e-minori.html.

31   Queste citazioni sono tratte da un resoconto tradotto in italiano della riunione di Strasburgo consultabile all’indirizzo: http://www.dimarzio.info/it/articoli/liberta-religiosa/383-minori- e-eccessi-nelle-sette.html

32   Questa citazione è tratta da una recensione della discussione che si trova all’indirizzo: http://www.dimarzio.info/it/articoli/recensioni/116-recensioni-di-rdm/avvenimenti/387- rapporto-rudy-salles-discussione-al-consiglio-d-europa-3.html

33 La risoluzione e raccomandazione approvati dal Consiglio d’Europa sono reperibili all’indirizzo:http://semanticpace.net/tools/pdf.aspx?doc=aHR0cDovL2Fzc2VtYmx5Lm NvZS5pbnQvbncveG1sL1hSZWYvWDJILURXLWV4dHIuYXNwP2ZpbGVpZD0yMzcx OSZsYW5nPUVO&xsl=aHR0cDovL3NlbWFudGljcGFjZS5uZXQvWHNsdC9QZGYvWFJlZi 1XRC1BVC1YTUwyUERGLnhzbA==&xsltparams=ZmlsZWlkPTIzNzE5

34 G. BESIER E H. SEIWERT (a cura di) (2012), Freedom of Religion or Belief Anti-Sect Movements and State Neutrality. A Case Study: FECRIS, «Religion-State-Society», vol. 13, n. 2. Il libro è online all’indirizzo: http://www.dimarzio.info/it/docum/finish/7-acm-europe/251-a- case-study-fecris.html

35   A.D. SHUPE JR., D.G. BROMLEY e S.E. DARNELL (2004), The North American Anti-Cult Movement: Vicissitudes of Success and Failure, in J.R. LEWIS (a cura di), The Oxford  Handbook of New Religious Movements, New York, Oxford University Press, pp. 184-205.

36 Ibid. pp. 185.

37 Ibid. pp. 185-186.

38   D.E.  COWAN  (2014),  Conversion  to  New  religious  Movements,  in  L.R.  RAMBO  e  C.E. FARHADIAN (a cura di), Oxford Handbook on Religious Conversion, Oxford, Oxford University Press, pp. 693.

39 WRIGHT S.A. (2014), Disengagement and Apostasy in New religious Movements, in R.L. RAMBO e C.E. FARHADIAN, Oxford Handbook on Religious Conversion, Oxford, Oxford University Press, pp.706-735.

40 S.A. WRIGHT (2002), Public Agency Involvement in Movement-State Confrontations, in D.G. BROMLEY e J.G. MELTON (a cura di), Cults, Religions and Violence, New York, Cambridge University, pp. 102-122.

41 S.A. WRIGHT (2014), Disengagement and Apostasy in New religious Movements, in R.L. RAMBO e C.E. FARHADIAN, Oxford Handbook on Religious Conversion, Oxford, Oxford University Press, pp.720.

42  In questo paragrafo si fa riferimento ai testi di Raffaella Di Marzio (2011), Nuove religioni e sette. La psicologia di fronte alle nuove forme  di  culto,  Edizioni  Magi,  pp. 99-127 e (2016), Nuovi Movimenti Religiosi. Una sfida educativa, Ed. Passioneducativa, pp. 93-117.

43 M. ALETTI, Psicologia e nuove forme della religione, in  M.  ALETTI,  G.  ANGELINI,  G. MAZZOCATO, E. PRATO, F. RIVA, e P. SEQUERI, La religione  postmoderna,  Glossa,  Milano, 2003, pp. 21-54.

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