Care lettrici, Cari lettori,

la qualità della nostra vita – lo sappiamo bene – non dipende soltanto da ciò che accade nella nostra dimensione privata, per quanto importante.

La qualità della nostra vita, ossia, la qualità dei nostri giorni, l’intensità delle nostre relazioni, l’ampiezza delle possibilità esistenziali che possiamo liberamente sperimentare, lo spessore delle nostre ambizioni, è infatti saldamente determinata dalle condizioni politiche e sociali nelle quali essa si svolge.

Abbiamo sovente perso il gusto e la passione per l’analisi della qualità del nostro ethos politico, economico, sociale, credendo ingenuamente che il nostro mondo, quello delle democrazie europee e occidentali in genere, fosse incontrovertibilmente instradato su un equilibrio stabile, procedurale, destinale al punto da potersi talora persino permettere una implicita riluttanza verso ogni prognosi sul futuro. Le vicende che abbiamo a livello planetario vissuto negli ultimi due anni, le pandemie e le guerre, ancorché non nuove, suggeriscono che è giunto il tempo di rimettersi in cammino e di ripensare insieme il mondo, poiché, parafrasando la famosa tesi di E. W. Bönchenförde, tutto quello che le democrazie occidentali rappresentano e promettono di realizzare a vantaggio dei propri consociati, potrebbero non essere affatto in grado di mantenerlo.

Il dibattito pubblico sul fondamento ideale e storico delle nostre comunità democratiche, così plurali e ricche di opzioni culturali e religiose, langue, oppure si rifugia in sterili esercizi retorici che certo la democrazia a differenza di altri regimi può anche con una qualche indo- lenza permettersi, ma quasi sempre privi di solide motivazioni epistemiche e riflettuti ancoraggi fattuali.

Le poderose pulsioni antipolitiche e antisistemiche che abbiamo conosciuto soprattutto nel secondo decennio del secolo XXI, e che hanno avuto nella cosiddetta cancel culture il loro più grottesco precipitato, non sono ancora sopite. A certe condizioni, beninteso, esse avrebbero forse potuto costituire lo stimolo efficace per un salutare momento di auto verifica delle liberaldemocrazie occidentali, invece hanno ispirato movimenti di revanscismo anti istituzionale e anti elitario, animati da una critica corrosiva e liquidatoria così sommaria da produrre scarse crisi di sistema a fronte, per contro, di reazioni di consolidamento autoritario di altri regimi che così si allontanano sempre più da ogni avvicinamento alla democrazia.

Non a caso, tutti i report internazionali di autorevoli istituti di ricerca segnalano, almeno nel periodo tra il 2007 e il 2021, la continua riduzione della percentuale di popolazione mondiale che vive in democrazie, compiute o imperfette, e, secondo il Democracy index dell’Economist, nel 2021 solo il 46% della popolazione mondiale vive in democrazia.

La critica pugnace e ormai diffusa alla globalizzazione, ad esempio, che avrebbe impoverito i ceti medi e avrebbe sancito la vittoria del capitalismo multinazionale sulla sovranità degli Stati e sulle classi lavoratrici è fin troppo unilaterale e ingenerosa perché non tiene conto dell’effetto redistributivo della ricchezza che essa ha comunque prodotto, e non valorizza minimamente il riflesso di calmieramento che ha prodotto sulle rivalità militari tra nazioni, a vantaggio di proficui, anche se talora tensivi, scambi commerciali.

La nuova svolta comunitarista, sovente (ma non sempre) venata di antiliberalismo, all’origine dei rigurgiti di fenomeni quali il nazionalismo e il sovranismo neo imperiale – come quello russo, turco, cinese o ungherese – non potrà che insidiare pericolosamente le fondamenta di regimi democratici che, nonostante tutti i loro difetti, hanno fin qui promosso le libertà individuali, esteso la piattaforma dei diritti civili, sociali e politici, integrato le minoranze etniche e religiose, favorito l’accoglienza verso le diversità, in una espressione divenuta a suo tempo celebre: realizzato la società aperta.

Oggi le società aperte devono ritrovare il motivo della loro specificità e perfezionare la loro cooperazione distinguendo con maggiore rigore gli amici dai nemici. Ma per fare ciò le persone devono acquisire consapevolezza della propria storia che, proprio perché non scevra di errori e di ferite, ha potuto conseguire forme di progresso sociale e di vivacità culturale notevoli alle quali non sarebbe saggio rinunciare nel nome di un ritorno ai gusci protettivi e ad una trasognata omogeneità culturale peraltro di dubbia esistenza.

I contributi che troverete in questo numero della rivista, per il quale ringraziamo i nostri pregevoli autori, tracciano da più punti di vista le coordinate geopolitiche, storico politiche, giuridiche e sociologiche dentro le quali cominciare a pensare questo tempo nuovo, che vede molte vecchie ombre tornare ad addensarsi, nella speranza ostinata di non esserci già persi ogni ragionevole possibilità di futuro.

Buona lettura dunque!

Davide Romano – Direttore di Coscienza e Libertà

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